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Nato a Trichiana (provincia di Belluno) nel 1943, Aldo Brancher “esordisce” come sacerdote e, forte del suo baccalaureato nientemeno che in Teologia, risulta subito ben introdotto con il potente don Emilio Mammana, il quale – non disdegnando di suo l’improbabile connubio Dio/Mammona – apre il primo ufficio di pubblicità di «Famiglia Cristiana», promuovendo a più non posso la diffusione del settimanale cattolico.
Folgorato, dopo che sulla via di Damasco, su quella del più remunerativo marketing pubblicitario dell’Uomo dal Sorriso in Tasca, Brancher lascia presto la tonaca ed entra in Fininvest, dove viene nominato dirigente nel 1982.
Protagonista con Silvio Berlusconi della «Milano da bere» di Craxi e del sindaco Pillitteri, viene arrestato il 18 giugno del 1993 con l’accusa di aver pagato, quando era il galoppino di Felice Confalonieri, tangenti per 300 milioni di lire al PSI e altrettanti al segretario dell’ex Ministro della Sanità De Lorenzo in cambio di spot a sostegno della campagna ministeriale anti-aids sulle reti del Biscione.
Nei tre mesi che trascorre in attesa di giudizio a San Vittore diventa, come Mangano, un «eroe» tra i suoi sodali (che lo chiamano «il compagno G»), perché è bravo a tenere la bocca ben cucita. Scaduti i termini di custodia cautelare e dunque tornato in libertà, viene condannato in primo grado e in Appello per falso in bilancio e finanziamento illecito ai partiti. Ma non si fa neppure un giorno di carcere stavolta, perché nel frattempo, ancor prima della Cassazione, si era occupato di lui l’amico Silvio, ora Primo Ministro della XIV legislatura della Repubblica Italiana felicemente approdata, come “Seconda”, alla sua Rinascenza.
Grazie alle leggi ad personam del capo, confezionate anche a immortale riconoscenza verso i tanti «compagni» fidati, il reato di finanziamento illecito ai partiti gli fu prescritto, mentre il falso in bilancio aveva intanto (miracolosamente) smesso di costituire reato.
Capita l’antifona, Brancher non esita a quel punto ad entrare in politica in prima persona. Quale partito avrà mai scelto?
Iscrittosi a Forza Italia nel 1999, viene eletto Deputato per la Circoscrizione Veneto 1 nel maggio del 2001. Rieletto nel 2006, diventa prima vice-presidente di Gruppo alla Camera e poi sottosegretario al Dipartimento per le Riforme Istituzionali e la Devoluzione.
Quando Forza Italia comincia a chiamarsi (non senza ironia) «Popolo delle Libertà», lui è ancora lì, rieletto nel 2008.
La maggioranza degli Italiani si accorge però della sua esistenza solo nel giugno del 2010, quando Aldo Brancher viene nominato nottetempo Ministro di un neo-nato Ministero per l’Attuazione del Federalismo, la Sussidiarietà e il Decentramento, testé confezionato. Siccome il Ministero è oltrettutto senza portafoglio, tutti - ormai scaltriti da un ventennio di corruzione bipartisan - pensano: «qui gatta ci cova».
Infatti, non ha ancora finito di giurare sulla Costituzione («Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi. I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore»: l’art. 54 gli è sempre risultato un po’ ostico, pare), ed ecco che Brancher è già costretto a dimettersi. Si scopre che, ancor prima di assumere l’incarico, era imputato con la moglie per ricettazione e appropriazione indebita in uno dei filoni del processo milanese su Fiorani e la tentata (e fallita) scalata Antonveneta. Finalmente, dunque, l’Italia capisce perché Brancher era stato eletto Ministro in fretta e furia sfidando persino i borbottii di Giorgio Napolitano.
Agli oppositori maligni che gli chiedono di dimettersi per farsi processare, il Nostro magnanimamente risponde che intende avvalersi del «legittimo impedimento» (inventato nel frattempo a misura di Silvio dal fido Ghedini) solo per la necessità inderogabile di «organizzare il nuovo Ministero», le cui deleghe peraltro restano (e resteranno) ignote.
Sebbene, come tutti i politici delle legislature della Prima e ancora più della “Seconda” Repubblica, non molli la carega neppure sotto minaccia di dinamite, il 5 luglio 2010 Brancher è costretto a dare le dimissioni dopo appena 17 giorni da Ministro.
Felix culpa di tutta l’opposizione, del Presidente della Repubblica e persino degli (allora alleati) finiani? No, si badi: compromesso (si suppone con il cuore che già allora gli «grondava sangue», ma in questo caso davvero) di Silvio Berlusconi.
Così, dopo aver levato i soliti «alti lai» al cielo («sono una vittima», «sono innocente e lo proverò»), Brancher è costretto a presentarsi in tribunale sin dal 28 luglio.
Capitola subito, scegliendo il rito abbreviato senza condizioni (che vuol dire processo a porte chiuse e riduzione della pena), soluzione in genere più gettonata tra i rei confessi che tra le vittime innocenti bramose di riscatto morale.
Dimostra però di non aver affatto gradito l’improvviso abbandono al destino cinico e baro riservatogli dagli ex-compagni di merende. Infatti, quando compare davanti al giudice, richiesto delle ragioni dell’inopportuna accettazione di un Ministero (benché lampo) in qualità di indagato, dichiara: «All’inizio avevo pensato di dover privilegiare per un breve periodo gli interessi del Paese». Un bel lessema, «privilegiare», no? (I corsivi sono miei).
Dunque, esclusi a priori la credibilità e l’esempio, come sarà mai riuscito Berlusconi a convincerlo che - tutto sommato, se non altro per un po’ – il Paese poteva rinunciare al «privilegio» dei preziosi servigi del Brancher?
Il 5 luglio Silvio aveva commentato le dimissioni del suo protetto con un discorso strappalacrime: «Conosco e apprezzo ormai da molti anni Brancher e so con quanta passione e capacità avrebbe potuto ricoprire il ruolo che gli era stato affidato. La volontà di evitare il trascinarsi di polemiche ingiuste e strumentali dimostra ancora una volta la sua volontà di operare esclusivamente per il bene del Paese e non già per interessi personali». Se lo dice lui, come abbiamo imparato a nostre spese, c’è da stare tranquilli.
In realtà, tra compagni di merende, “si parla a nuora per dire a suocera”. E, infatti, mentre Brancher, suo malgrado liberato da ogni «impedimento» (legittimo e non) e perciò chiamato come tutti a rispondere dei propri reati davanti alla legge, Silvio - fallito il colpetto del Ministero senza portafoglio - pensa a come altrimenti porgere aita al suo ex-dipendente. Ecco dunque rispuntare dai cassetti il “progettino” del 2008, trasformato in Ordine di Indirizzo ad personam fin dalla fine di quello stesso 2010.
Dobbiamo dedurne che Berlusconi preparasse un polposo risarcimento come l’ODI perché disposto a mettere a repentaglio la testa della prole pur di testimoniare dell’assoluta onestà ed innocenza, oltre che proprie, di Brancher? Nient’affatto, naturalmente.
Il processo, nel frattempo, stava dimostrando che l’ex-Ministro-lampo, smanioso di «operare esclusivamente per il bene del Paese e non già per interessi personali», aveva smesso sì di pagare le tangenti, ma solo perché, da politico, aveva iniziato a riscuoterle. Bustoni pieni di contanti erano stati consegnati nelle sue mani dall’amministratore della BPI Giampiero Fiorani e l’accusa - sempre per restare nell’ambito tematico degli esordi - era stavolta quella di ricettazione e appropriazione indebita.
Ma volere è potere (soprattutto Potere è volere), si sa. Così, dopo la creazione dell’ODI e, in successione, la condanna in Appello della «vittima innocente» (sentenza del 3 marzo 2011 del Tribunale di Milano), Berlusconi e Brancher avevano pensato a un bello scherzo da (ex)prete per i soliti giudici con persecutoria mania di applicare le leggi e di celebrare i processi anche per i politici. L’idea geniale, stavolta? Revocato il domicilio delle notifiche della Cassazione presso il suo legale - Filippo Dinacci, recentemente balzato agli onori della cronaca perché fratello della (ex) moglie del neo-Ministro della (ex?) Giustizia, Nitto Palma - il Nostro aveva preso la residenza (ma solo per finta) in un bel borgo d’Umbria in quel di Città di Castello. Così, ogni volta che il postino si ostinava persecutoriamente a volergli notificare gli atti, era costretto a rimandarli al mittente perché il destinatario risultava «irreperibile» («tiè!»).
Chi volesse imitarlo sappia che lo scherzetto non funziona, soprattutto per noi che non siamo «Onorevoli». Ma, se amici di Silvio, si può invece contare (e infatti i Nostri contavano) sulle «lungaggini» della Giustizia, sconciata ad arte negli anni da prescrizioni e ritocchini apportati qua e là. Il colpetto numero 3, in questo caso, si chiamava «indulto» (idea geniale, stavolta, dell’appena eletto Ministro Mastella, altro campione di legalità conclamata e strenuo difensore del Diritto). La prescrizione sarebbe scattata per Aldo Brancher il 5 agosto di quest’anno, ma (ecco la sfiga, di cui si diceva all’inizio), Nemesi ha regalato al già nominato Presidente dell’ODI un giudice che (s’immagina combattendo contro il tempo e privandosi del sonno biologico) è riuscito a condannare l’imputato entro i termini fissati dal «processo breve». Così, incredibile a dirsi, Brancher è stato definitivamente condannato in Cassazione a due anni di reclusione e 4.000 euro di ammenda. «Ha a più riprese ricevuto, e richiesto, ingenti somme di denaro che non aveva alcuna possibilità di ritenere che provenissero dal patrimonio personale di Giampiero Fiorani e che gli fossero da lui elargiti per mera liberalità», si legge nella sentenza, che dà per certo anche che - sugli 827 mila euro complessivi intascati con destrezza e in nero tra il 2001 e il 2005 - Brancher ne ricevette da Fiorani 200 mila in una botta, nientemeno che all’autogrill di San Donato Milanese, come «ringraziamento per i buoni uffici prestati al fine di ottenere la candidatura nella circoscrizione di Lodi di un candidato più gradito a Fiorani e ai suoi accoliti rispetto all’altro che avrebbe potuto essere inserito nella lista, l’onorevole Giovine, solo perché quest’ultimo in più riprese e pubblicamente aveva espresso le sue riserve sulla gestione della BPI e, quindi, sull’operato dei suoi dirigenti».
Lo so cosa volete sapere adesso: falliti a ripetizione i tre “colpetti di genio” del recidivo Brancher e scritta nero su bianco la condanna definitiva della Cassazione, resterà dunque vacante la Dirigenza dell’ODI per incarcerazione del suo già nominato Presidente, che non stava nella pelle per l’impulso a tornare infine ad «operare esclusivamente per il bene del Paese e non già per interessi personali»?
Macché. L’onorevole Brancher non trascorrerà neppure un giorno nelle patrie galere, risaputamene tanto accoglienti e in cui ha soggiornato orami molti anni orsono, proprio agli sgoccioli della Prima Repubblica. Perciò, state tutti tranquilli, potrà prendere regolarmente servizio a Verona, primo degli otto membri del Consiglio direttivo dell’Ordine di Indirizzo, il cui incarico dura per statuto solo cinque anni.
A dar man forte all’Onorevole Brancher, dotato di «funzioni di Presidente e in rappresentanza del Ministro dell’Economia e delle Finanze», ci saranno Mattia Losego (consigliere comunale di Belluno, anch’esso al libro-paga del Ministero di Tremonti), Daniele Molgora (in rappresentanza del Ministero per i Rapporti con le Regioni), Sergio Bettotti (provincia autonoma di Trento), Herman Berger (provincia autonoma di Bolzano), Roberto Baitieri (Regione Lombardia) e Roberto Ciambretti (Regione Veneta). Di supporto al Consiglio Direttivo, una Segreteria coordinata da un dirigente della Ragioneria Territoriale dello Stato, che conterà ben 15 unità di personale, tra dirigenti e non, «appartenenti alla medesima amministrazione, ovvero in posizione di comando presso le amministrazioni statali o presso le altre amministrazioni rappresentate nell’Odi». Per capirci, i finanziamenti sono pubblici (cioè paghiamo noi), la gestione è affidata in toto, di fatto, alla CAP – la Commissione di approvazione dei progetti -, «che ha il compito di approvare annualmente i progetti e determinare i finanziamenti spettanti a ciascuno di essi».
Chi sarà mai a presiederla? Avete indovinato, bravi! Per delibera dell’ODI, la presidenza della CAP coincide con la presidenza dello stesso Ente. Così, sarà Aldo Brancher a dover vagliare con l’esperienza e il merito guadagnati sul campo negli anni tra le file del «Partito degli Onesti» i progetti a concorso, assumendosi la responsabilità di decidere a chi e in quale misura assegnare i 160 milioni di euro nel frattempo accumulatisi – 80 per ciascuno degli anni 2010 e 2011 – mentre lui era in altre faccende affaccendato.
Si dice che siano almeno 180 le buste raccomandate o certificate nel frattempo inviate al destinatario dai Comuni concorrenti al bando, scaduto lo scorso 30 giugno.
68 le ha spedite Belluno, 60 Brescia, 33 Vicenza, Verona e Sondrio solo 18 ciascuna.
Ma poiché non è detto (per regolamento) che le buste debbano contenere un solo progetto, è possibile che all’oculato esame del Presidente dell’ODI siano stati nel frattempo sottoposti un numero spropositato di progetti. Ci sta anche che – ora che l’ex-Ministro finalmente lo conoscono tutti, e magari il postino umbro ha sparso la voce che Brancher in genere non risponde al citofono -, in tanti abbiano preferito fargli pervenire brevi manu le loro più disparate richieste. Le buste - almeno questo l’abbiamo appurato in tanti anni - le prende sempre volentieri di persona, lui.
Delia Garofano, 30 agosto 2011